Con gli occhi del nemico
In libreria non ho saputo resistere e ho acquistato questo libro di David Grossman appena uscito per Mondadori. L’ho letto e m’é piaciuto, per cui non posso fare a meno di consigliarlo: a chi è appassionato di libri e letteratura e a chi è interessato al doloroso tema della guerra. . Si può parlare di pace in un paese che ogni mattina da sessanta anni si sveglia pensando alla guerra, come ad una terribile abitudine? Certo che si può. Si deve. E ognuno deve fare la propria parte, perché il lunghissimo conflitto tra israeliani e palestinesi non è più solo una questione politica e militare ma anche un'emergenza umanitaria, un confronto di culture e un terreno su cui si confrontano ideali, storie personali, sentimenti collettivi e ideologie. . Oggi, a un anno di distanza dalla tragedia personale che l’ha colpito così duramente - David Grossman, ha perso il figlio Uri, proprio alla fine della scorsa estate sul fronte libanese - arriva questo libro che raccoglie quattro suoi interventi sulla situazione creatasi in Israele a causa del lunghissimo conflitto. Eppure Grossman, incredibilmente, non viene mai sfiorato da un sentimento di odio. Ed é il libro stesso che in qualche modo, ci rivela il perché di questo atteggiamento, nel momento in cui fa emergere la posizione dello scrittore e molte delle sue convinzioni riguardo al conflitto in atto.
Il libro prende spunto da ciò che é specifico del mestiere dello scrittore. Chi é chiamato ad affrontare costantemente una sfida: scrivere, raccontare, creare storie e personaggi in grado di far entrare i lettori nella pelle di un altro, farli pensare con la testa di un altro, far loro guardare la realtà, con gli occhi di un altro. E la sfida a cui si sente chiamato Grossman in quanto scrittore di un popolo in guerra, é quella di scrivere per far penetrare nello sguardo del prossimo, nell'altro, anche se l'altro è il Nemico.
Che cosa ha impedito finora, agli israeliani ed ai palestinesi, di fare questo passo, di guardarsi con gli occhi dell'altro? La paura, risponde Grossman. Perché se ci si concede ad alcune delle giuste rivendicazioni, ad alcune delle sofferenze reali del nemico, se si prova un po' di simpatia per lui, immediatamente si prova un sentimento di debolezza, e la resistenza (mentale, prima che fisica) contro il nemico è distrutta, devastata.
Grossman esamina la guerra e i suoi effetti devastanti, non soltanto sulla realtà esterna, ma anche sulla vitalità, sulla "tonalità interiore" di ciascuno e con lui arriviamo a toccare con mano quale dono prezioso sia la scrittura per chi vive in un paese in guerra, un dono capace di accendere una speranza e indicare una via di uscita dal tragico labirinto. In questo senso, il libro é anche una testimonianza di grande bellezza sul valore della letteratura e finisce così per diventare un vero e proprio omaggio alla scrittura e alla sua capacità di aprire nuovi orizzonti, allo sguardo fin troppo semplificatore e manicheo di chi ha assorbito nel proprio Dna il ruolo del combattente a vita. Di chi soprattutto rischia di perdere la propria ricchezza umana, per aver interiorizzato, ormai in dosi intollerabili, la miseria della guerra. | ||
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" Se mi chiedeste di descrivere i caratteri che trasformano una persona in uno scrittore, parlerei, per prima cosa, del potente impulso a creare delle storie; a organizzare entro il contesto di una trama quella realtà che non di rado risulta caotica e incomprensibile; a trovare in tutto ciò che accade i nessi evidenti e quelli occulti, capaci di dare un significato particolare; a evidenziare in ogni evento, i tratti “avvincenti” e a farvi spiccare i “protagonisti”. Dal mio punto di vista, l’impulso a raccontare una storia, a inventare o ad attingere alla realtà, é quasi un istinto a sé, l’istinto narrativo; per determinate persone – alcune delle quali finiscono poi per diventare scrittori- questo istinto é potente e primario come ogni altro. Forse é proprio questo il punto: c’é qualcosa di bambinesco – non di puerile, bensì di primario – nel bisogno di ascoltare una storia non meno che nel bisogno di scrivere una storia.
Ovviamente, fra le cose che trasformano una persona in uno scrittore, menzio-nerei anche il desiderio di comprendere, attraverso la narrazione il mondo e l’uomo, in tutti i suoi aspetti contraddizioni e illusioni; e vi si può aggiungere anche l’aspirazione che lo scrittore nutre di conoscere se stesso, di dare voce a tutte le correnti che trascorrono impetuose dentro di lui. Chi non ha in sé questo desiderio, questo impulso primario é difficile che sia capace – sempre che lo voglia- di sostenere quell’immenso sforzo spirituale che lo scrivere comporta. Oggi però vorrei parlare di un ulteriore movente dello scrivere. Dirò anche che per quanto mi riguarda, é una motivazione che si va facendo sempre più forte a mano, a mano, che gli anni –quelli della vita e quelli del mestiere – aumentano, a mano a mano che cresce in me, é questo che scopro, la necessità dell’atto creativo, della scrittura in quanto stile di vita, in quanto mio modo di stare al mondo. Il movente di cui parlo é l’aspirazione a rimuovere, volontariamente, ciò che mi difende dall’altro. L’aspirazione ad abbattere quella parete divisoria, per lo più invisibile, che separa me dal prossimo (chiunque esso sia), verso il quale provo un interesse fondamentale, profondo; l’aspirazione a espormi in tutto e per tutto, senza alcuna difesa, in quanto individuo e non soltanto scrittore, di fronte alla personalità e alla vita di un altro individuo, alla sua interiorità più segreta ed autentica, primordiale. Ma dinanzi a questa aspirazione si pone subito un grosso ostacolo […]. Ecco ho l’impressione che, sotto molti aspetti, noi essere umani – creature sociali per eccellenza- siamo in realtà sulle difensive, asserragliati in modo assai efficace non solo di fronte ad un nemico: in un certo senso siamo sulle difensive – cioè difendiamo noi stessi – dal prossimo chiunque esso sia. Dalla radiazione della sua interiorità dentro di noi, da ciò che la sua interiorità esige da noi e che si riversa incessantemente su di noi. Da quella cosa che qui chiamerò il caos che risiede dentro l’altro. «L’inferno é l’altro» ha detto Jean-Paul Sartre, e forse proprio per questo, per la paura di quell’inferno che esiste nel prossimo, il sottile strato di epidermide che ci avvolge, che separa noi dal prossimo, a volte é così coriaceo, come il muro di cinta di una fortezza, nella sua duplice funzione di confine e di ostacolo che separa.[…]. Ripensandoci, la mancanza di disponibilità - o mancanza di coraggio?- a esporsi alla natura composita delle persone che ci sono vicine non deve sorprendere più di tanto: l’esperienza di vita insegna che tantissime persone non hanno troppa fretta di scoprire nemmeno ciò che esiste dentro di loro. Lo sforzo che facciamo per non scoprirci completamente con l’altro sarà poi così diverso, da quello che facciamo - quasi inavvertitamente – per non cedere a tutti quei molti e variegati “altri” riposti in ciascuno di noi?
In noi esseri umani c’e’ una certa soggezione di fronte a ciò che accade veramente all’interno dell’altro. E’ la paura dinanzi a quel nucleo misterioso, non verbale, irriducibile, che sfugge ad ogni addomesticamento sociale, che non é dato edulcorare, raffinare, orientare; perché é istintivo disinibito e caotico tutto il contrario del politicamente corretto; trasognato e da incubo, estremista e impudico, erotico e svergognato; insano e a volte crudele, non di rado propriamente animale, nel bene e nel male. Riassumendo: a mio avviso, l’impulso primario che innesca e muove la scrittura é il desiderio di inventare e raccontare una storia e conoscere se stessi. | ||
[ da"Con gli occhi del nemico"- D.Grossman ] | ||
Ciao, hai letto, "Che tu sia per me il coltello"?
RispondiEliminaImpudico al punto da apparire sensuale, il rapporto che racconta tra i due protagonisti, che pure non si incontrano mai. Impudico e profondo il rapporto epistolare che instaurano da trasformarsi nel sentimento per esprimere il quale usiamo e strausiamo la parola "amore", un amore, però, tanto grande da abbattere, davvero le barriere, innanzitutto quelle che erigiamo dentro di noi in difesa dall' "altro".
Insomma, bellissimo il romanzo che riesce a creare sui presupposti di ciò che tu riporti qui.
Se tu ancora non lo avessi letto mi piace l'idea di consigliartelo. E' bellissimo
Su La Repubblica di qualche giorno fa c'era un articolo a firma Grossman. Ho fatto il copia-incolla di un rano che mi ha colpito:
RispondiElimina“Mentre aiutiamo gli albanesi del Kosovo, mentre trasmettiamo ai kosovari la nostra solidarietà, c'è una domanda che mi sembra doverosa: come è possibile che quando si tratta di profughi perseguitati lontano dai nostri confini, noi israeliani siamo così pronti a comprendere la loro sofferenza, così entusiasti di aiutarli; mentre a quanto pare ci è difficile o addirittura impossibile avvicinarsi alla sofferenza dei profughi che sono i nostri vicini di casa, i palestinesi, gente nella cui tragedia siamo direttamente coinvolti da oltre mezzo secolo.”
APPUNTO…………..PERCHE’ NON LORO?????????
è la spontanea domanda che mi sono posta e le spiegazioni che ha dato lui di seguito non mi hanno per niente persuaso. Comunque dopo quello che ho letto qui da te, leggerò il libro.
Grazie del consiglio e Buona Domenica.
Gianluisa -Bessola
Ma insomma Carlo...
RispondiEliminaè proprio una cosa inconcepibile!
Quando la smetterai?
Possibile che ogni volta sia la stessa storia??
Possibile che ogni volta tu debba mettere libri così interessanti proprio mentre sto studiando??
Quando te lo toglierai questo vizio?
:o)
Mannaggia ecco...
questo lo prenderei al volo!
è da quando è uscito che mi tenta...
dovrà aspettarmi a fine settembre : )
Come sempre i tuoi post sono speciali,
e poi sai quanto adoro queste tue "cattive abitudini" : )
un bacino
M.
to Nautike:
RispondiEliminaeh si! Lo devo ammettere. Sono proprio un gran dispettoso! Ma grande eh!
Ormai te ne sei accorta pure tu..
Un vero monello! :-)