STORIE E FOTOGRAFIE
PELLICOLA | ||
Il mondo mi duole e non sapevo quanto finchè non ho cominciato a fare fotografie. Non si sceglie la propria sensibilità, ci si trova a essere così, in un tal modo, e solo in quello. Quanto a poter cambiare, non saprei. . Uno dei miei maestri diceva che col tempo, ci si abitua a se stessi. Un altro che la trasformazione consiste nel diventare sempre più responsabili. . Un altro ancora, una donna, che bisogna inventarsi una vita per la quale sia bello essere come si è.. La mia amica Stefania, che crede nella reincarnazione, dice che provare compassione per il mondo é un dono e ha saputo da una veggente che questo succede alle anime vecchie. Per chi crede in queste cose, essere un’anima vecchia significa aver vissuto altre vite, avere fatto molte esperienze conoscere attraverso l’empatia. Io che non credo alle altre vite, vorrei che la mia amica avesse ragione: la mia fragilità sarebbe, in questo caso, una specie di saggezza raggiunta. Certo ci sono persone che devono apprendere ad avvicinarsi al mondo. Altre a mettere la giusta distanza. . Io appartengo a questi ultimi e la fotografia mi aiuta: crea tra il mio cuore e le cose, lo spessore di una pelle che mi permette di continuare a sentire la vita senza venirne travolta. | ||
[ Quì e là - Visioni dai luoghi - Anna Fabbrini ] | ||
I GIORNI DELLA QUIETE | ||
Le storie, si dice, possono essere intese a livelli diversi: dipende da come si sintonizza l’orecchio che le ascolta. C’é chi si ferma al contenuto del testo perché attratto dagli elementi espliciti della vicenda e, per costoro, il senso non va oltre il semplice livello letterale della narrazione. . C’é chi prende il rischio di aprire il cuore e si lascia toccare sul registro delle emozioni personali. In questo caso la storia, oltre a dire ciò che dice per un fenomeno di contaminazione, suscita un coinvolgimento più profondo. Si attivano memoria e desiderio e, con essi, l’ascolto si dispone ai sentimenti: diventa ascolto emotivo.La possibilità di aprire un altro piano percettivo , é data dalla facoltà di accedere alla metafora. Chi coglie in un racconto il livello metaforico e simbolico, oltrepassa, senza eluderla , la sfera della propria emotività per dislocarsi in una prospettiva transpersonale. In questo caso, la storia ascoltata, oltre a narrare ciò che narra, oltre a risvegliare sentimenti, sembra aprire la mente su qualcosa che riguarda la condizione esistenziale condivisa, sintonizza su esperienze di vita, porta a coscienza, oltre che al sentire. . Una mostra di fotografie, a modo suo, é una storia e gli occhi che la guardano, come le orecchie che ascoltano il racconto, possono posarsi sull’uno, sull’altro o su tutti i registri disponibili. Ho voluto porgere Rimini ai riminesi. Un’operazione comunque delicata: é un po’ come raccontare a uno la sua storia. Ciò potrebbe far supporre una presunzione da parte del narratore e attivare in chi ascolta solo la noia di veder se stesso. Potrebbe anche suscitare il senso vago dell’ennesimo amarcord, dato che , in questo caso, la fotografa é una profuga, una sradicata nostalgica che ha tentato, invano di amare altre terre ma che, come spesso accade, torna e torna ad annusare il borgo, indimenticato, anche nelle sue lontananze. . Temevo, dico, di non riuscire a gettare il ponte, di non essere vista al di là del testo. Temevo il fraintendimento, il monologo, la riduzione delle mie immagini a banale gioco descrittivo, temevo la fretta degli sguardi e lo scivolare degli occhi sulle figure cariche di consumata abitudine. Invece ho trovato ascolto e ho raccolto, a cose fatte, il sentimento di una conversazione avvenuta. I visitatori, attenti per la maggior parte, mi hanno fatto il dono di accogliere il mio intento, non fermandosi alla lettera, né alle suggestioni della biografia, per lasciarsi scuotere dalla metafora, avventurandosi con la mente in luoghi meno domestici. Lì i paesi non hanno più nomi né coordinate riconoscibili. La mappa non é più data dalla geografia, ma da qualcos’altro che non sappiamo nominare. Il contatto si é fatto. . Attraverso quelle marine familiari, volevo porgere ed é stato colto, una condizione della mente e del corpo: quello stare fermi a contemplare, quando i pensieri e i sentimenti tacciono e tutto il trambusto delle nostre esistenze si riduce, anche solo per un istante, a un pacato battito del cuore, a un respiro tranquillo che accarezza la vita, accogliendo in amicizia anche la certezza della fine delle cose. Quiete, silenzio e limite sono stati d’animo che ci aprono verso una dimensione morale, poiché ci consentono di costruire un punto di vista su noi stessi. . Come abitanti sconvolti di un mondo sconvolto, non possiamo più cercare salvezze personali nelle nostre piccole dimore confortevoli; non c’é angolo di mondo in cui possiamo metterci in salvo né, dentro di noi angoli del cuore in cui far tornare i conti del bene e del male. La quiete dei giorni diventa allora precaria condizione, mille volte trovata e mille volte persa, che viaggia col tumulto del nostro quotidiano. Indifferentemente, però, essa può diventare fuga o anestesia oppure renderci più sensibili, più attenti, più umani ma in un tempo che ha abdicato alle pedagogie: nessun genitore ci indicherà la strada giusta. : Non ci resta perciò che prendere il rischio della scelta: o navigare tranquilli alla superficie delle cose, o entrare nel silenzio e, lì, provare la vertigine della nostra libertà. | ||
[ Quì e là - Visioni dai luoghi - Anna Fabbrini ] | ||
è quel sentire che ti apre le porte del "non detto" che puoi ascoltare attraverso il silenzio
RispondiEliminail silenzio che ti prende per mano e nella premura dei gesti lenti ti accompagna dentro l'anima
ti sono grata per queste pagine, Carlo
GRAZIE
Blue
davvero belle queste pagine, il silenzio è sempre stato per me importantissimo e ci sono luoghi dove il dilenzio lo avverti!!
RispondiEliminagrazie
chicca
"inventarsi una vita una vita per la quale sia bello essere come si è"
RispondiEliminaquesto pomeriggio, poi, rientrando a casa, ho percorso una strada diversa, il sole era tramontato da poco, si percepiva la luce ai bordi della città, piccola, quella dove abito, camminavo lungo un viale alberato, avevo tempo, e soprattutto una grande necessità di sentire il profumo degli alberi, il sentore di un mondo diverso da quello "troppo umano", ero alla ricerca di aria, non di mare, per una volta, ma di ombra leggera e fresca...così mentre percorro questo piccolo viale, alto sulla città, ponte su di una vallata che un tempo doveva essere bellissima e ora il fondo è occupato da un parcheggio, vedo laggiù, lontano, il golfo, il manto azzurro e luminoso del mare che si perde all'orizzonte e a oriente le montagne dell'isola che lo delimita. Mi fermo, c'è una ringhiera sulla quale poggio le mani, sento il freddo metallico, ritraggo le mani, mi appoggio solo un pò e per poco, un minuto?, sto lì a fissare quell'immagine stupenda davanti e dentro i miei occhi, mi riscopro, è un attimo...
Grazie, Carlo, anche da me!
Ciao Klimt...mi piace questo tuo essere così vicino alla sensibilità delle donne....
RispondiEliminabacio
mi capita qualche volta di passare tra le tue pagine senza lasciare un commento, forse è proprio perchè mi toccano più di tante altre che non so che dire e mi perdo tra le riflessioni!
RispondiEliminaci sento la essenzialità porgersi al profondo. anche accettando la fatica di uscirne fuori, trasformati. oltre , al di là del comune, banale senso. perciò resto qui, ora. a farmi del buon male. D.
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