ATTUALITA' | ||
L’educazione emotiva | ||
Per avviarci lungo questo sentiero dobbiamo innanzitutto renderci conto che l’emozione è essenzialmente relazione. E dalla qualità delle nostre relazioni possiamo leggere il grado della nostra intelligenza emotiva a cui la scuola potrebbe dare un positivo contributo, introducendo quei programmi di alfabetizzazione emotiva, come opportunamente li chiama Daniel Goleman, in modo da insegnare ai bambini, oltre alla matematica e alla lingua, anche le capacità interpersonali essenziali, che hanno la loro matrice in quei centri emozionali del cervello che sono poi i più antichi, quelli che hanno consentito agli uomini di dare avvio alla loro storia. Qui torna alla mente la tesi di Eugenio Scalfari secondo il quale la morale è un istinto, l’istinto di solidarietà che favorisce la conservazione della specie, spesso in lotta con l’istinto di sopravvivenza individuale. Non furono pochi quelli che, dopo aver ornato la morale dei più nobili paludamenti, storsero il naso di fronte a questa riduzione della morale al regime pulsionale. Ma Goleman ce ne dà conferna:
Siccome l’educazione delle emozioni ci porta a quell’empatia che è la capacità di leggere le emozioni degli altri, e siccome senza percezione delle esigenze e della disperazione altrui non può esserci preoccupazione per gli altri, la radice dell’altruismo sta nell’empatia, che si raggiunge con quell’educazione emotiva che consente a ciascuno di conseguire quegli atteggiamenti morali dei quali i nostri tempi hanno grande bisogno: l’autocontrollo e la compassione.
Oggi l’educazione emotiva è lasciata al caso e tutti gli studi e le statistiche concordano nel segnalare la tendenza, nell’attuale generazione, ad avere un maggior numero di problemi emotivi rispetto a quelle precedenti. E questo perché oggi i giovanissimi sono più soli e più depressi, più rabbiosi e ribelli, più nervosi e impulsivi, più aggressivi e quindi impreparati alla vita, perché privi di quegli strumenti emotivi indispensabili per dare avvio a quei comportamenti quali l’autoconsapevolezza, l’autocontrollo, l’empatia, senza i quali saranno sì capaci di parlare, ma non di ascoltare, di risolvere i conflitti, di cooperare. _ Ai professori che ogni giorno si apprestano a dare giudizi sulle capacità intellettuali dei loro allievi un invito a riflettere prima su quanta educazione emotiva hanno distribuito, perché, a se stessi almeno, non possono nascondere che l’intelligenza e l’apprendimento non funzionano se non li alimenta il cuore. Se la scuola non è sempre all’altezza dell’educazione psicologica, che prevede, oltre a una maturazione intellettuale, anche una maturazione emotiva, l’ultima chance potrebbe offrirla la società se i suoi valori non fossero solo business, successo, denaro, immagine e tutela della privacy, ma anche qualche straccio di solidarietà, relazione, comunicazione, aiuto reciproco, che possano temperare il carattere asociale che, nella nostra cultura, caratterizza sempre di più il nucleo familiare. | ||
L’inaridimento del cuore | ||
Oggi quel che succede in casa resta lì compresso e incomunicato, e quel che succede fuori è trattato con quelle maschere che ogni giorno indossiamo per non lasciar trasparire proprio nulla dei drammi, delle gioie e dei dolori che si vivono dentro le mura di casa ben protette. Nel deserto della comunicazione emotiva che da piccoli non ci è arrivata, da adolescenti non abbiamo incontrato e da adulti ci hanno insegnato a controllare, fa la sua comparsa il gesto, soprattutto quello violento, che prende il posto di tutte le parole che non abbiamo scambiato né con gli altri per istintiva diffidenza, né con noi stessi per afasia emotiva. E allora prima del lettino dello psicoterapeuta dove le parole si scambiano, come è noto, a pagamento, prima dei farmaci che soffocano tutte le parole con cui potremmo imparare a nominare e a conoscere i nostri moti d’anima, dobbiamo convincerci della necessità e dell’urgenza di un’educazione emotiva preventiva, di cui scarsissime sono le occasioni in famiglia, a scuola e nella società. Questo soprattutto nella nostra società, che ha sviluppato un individualismo esasperato e una possibilità di scelta e di libertà che le società che ci hanno preceduto non hanno mai conosciuto, arginate com’erano dalle ristrettezze della povertà e dall’inquadramento offerto dalla tradizione religiosa condivisa, che fungevano da strutture di contenimento. Oggi questi argini, grazie a Dio, sono crollati, ma la nuova individualità che si va affermando ha la forza per reggere lo spazio di libertà e di solitudine che le è stato concesso? Io credo di no. Per questo c’è un gran lavoro da fare nell’educazione preventiva dell’anima (e non solo del corpo e dell’intelligcnza) per essere all’altezza del nostro tempo, che ha bruciato gli spazi della riflessione, ridotto all’insignificanza quelli della comunicazione, ma soprattutto ha inaridito il cuore, che è poi l’organo attraverso il quale si sente, prima ancora di sapere, cos’è bene e cos’è male. Ma oggi, chi si prende cura del cuore? Del cuore in senso forte, così come Pascal lo descrive quando parla di "esprit de finesse" da armonizzare con "l’esprit de géometrie," quindi con la nostra intelligenza che, senza cuore, non diventa solo lucida e fredda, ma origine prima del male, quel male assoluto che il Genesi descrive quando, nel tratteggiare la figura di Lucifero, ne parla come del “più intelligente degli angeli”. | ||
Il deserto emotivo | ||
Conoscevamo la follia come eccesso della passione. Ne vedevamo i sintomi, ne prevedevamo i possibili scenari. Oggi sempre più di frequente, nell’universo giovanile, la follia veste gli abiti della freddezza e della razionalità, non lascia trasparire alcunché ed esplode in contesti insospettabili che nulla lasciano presagire e neppure lontanamente sospettare. Così è stato per le tre ragazze per bene che in quel di Sondrio qualche anno fa hanno ammazzato una suora; così è stato a Sesto San Giovanni dove un ragazzo, anche lui per bene, è finito in carcere per una coltellata inferta alla sua amica nel cortile della scuola; e così è stato in quel di Padova, dove un figlio ha ammazzato suo padre, professore d’università, e poi ne ha bruciato nel cortile il cadavere. Non sono passati molti anni da quando a Novi Ligure una ragazza, che le cronache hanno descritto bella e intelligente, cresciuta in una famiglia serena, educata in un istituto privato retto da religiosi, ha inflitto, con il fidanzatino suo coetaneo, quaranta coltellate alla madre, cinquantasei al fratello e, senza troppo scomporsi, ha retto per diversi giorni gli interrogatori a cui è stata sottoposta, senza cedimenti emotivi. Tutti questi casi hanno in comune quell’evento terribile che è l’imprevedibilità. E di fronte all’imprevedibile, di fronte a ciò che non si lascia in alcun modo anticipare, si scatena in tutti noi l’angoscia primordiale, quella che provavano i primi uomini di fronte a un mondo che non riuscivano a decifrare. Quando la causa è irreperibile, quando il furore che di solito accompagna i gesti della follia è assente, allora bisogna scavare più a fondo e scoprire chi sono e come sono fatti coloro che compiono gesti così orrendi senza dare a vedere alcuna risonanza emotiva. La psichiatria conosce questa sindrome, e la rubrica sotto il nome di “psicopatia” o “sociopatia”. Lo psicopatico è colui che è capace di compiere gesti anche terribili senza che il suo sentimento registri il minimo sussulto emotivo. Il cuore non è in sintonia con il pensiero e il pensiero con il gesto. Ma non si accorge nessuno di questa condizione giovanile peraltro molto diffusa? Tendenzialmente no. Una buona educazione — soprattutto quella borghese che insegna a tenere a bada gli eccessi emotivi — confeziona per ciascuno di questi ragazzi un abito di buone maniere, di stereotipi linguistici, di controllo dei sentimenti che, come una corazza, rende questi giovani irnpenetrabili e scarsamente leggibili a chi sta loro intorno. Alla base c’è una mancata crescita emotiva, che ha reso il sentimento atrofico, inespressivo, non reattivo, per cui gli eventi della vita passano loro accanto senza una vera partecipazione, senza un’adeguata risposta di sentimento a quanto intorno accade. Buon terreno di cultura sono di solito le famiglie per bene, dove i problemi, quando si affrontano, si affrontano sempre in modo razionale, dove non si alza mai la voce, dove non si piange e non si ride, e dove soprattutto non si comunica, perché quando i figli hanno dato le loro informazioni sull’andamento scolastico e sull’ora del rientro quando si fa notte il sabato sera, sono lasciati nel rispetto della loro autonomia, dietro cui si nasconde il terrore dei genitori (anche questo mascherato) ad aprire quell’enigma che i figli sono diventati per loro. E i figli, come gli animali, sentono quando c’è la paura dei genitori, e, quando non c’è, sentono il loro sostanziale disinteresse emotivo. Soli da piccoli, affidati alla televisione o alle prestazioni mercenarie dell’esercito delle baby-sitter, questi figli, figli del benessere e della razionalità, crescono con un cuore dapprima tumultuoso che invoca attenzione emotiva, poi, quando questa attenzione non arriva, giocano d’anticipo la delusione e il cinismo per difendersi da una risposta d’amore che sospettano non arriverà mai. A questo punto il cuore, un tempo tumultuoso e invocante, si fa piatto, non reattivo, pronto a declinare ora nella depressione ora nella noia. E quando la tempesta emotiva si abbatte sul cuore, ormai arido perché mai irrigato, si comprime tutto con le difese impenetrabili approntate dalla buona educazione, dalle buone maniere, dal buon allenamento nella palestra gelida della razionalità. Tutto bene dunque? All’apparenza sì, tutto bene. A scuola non vanno male, col prossimo si sanno comportare, vestono anche bene, e con le maschere, che con estrema facilità indossano e sostituiscono, l’allenamento è collaudato. La sessualità, quando c’è, è tecnica corporea, perché questi ragazzi sono “emancipati”, in discoteca ballano in modo parossistico, insieme a tutti gli altri, la propria solitudine. Un po’ di ecstasy dà quella leggera scossa emotiva di cui si è assetati, ma non lo si dice, lo si fa per moda, per essere come gli altri, con cui si fa “gruppo”, anche gruppo ben educato, nel tentativo di ottenere dagli amici quel residuo di conforto affettivo di cui il loro cuore, come un organo autonomo, saltuariamente ha sete. Finché alla fine tutto esplode. _ La compressione della razionalità mai diluita nell’emozione, la difesa delle buone maniere che ormai, persino a propria insaputa, fanno tutt’uno con l’insincerità, la noia, che come un macigno comprime la vita emotiva, impedendole di entrare in sintonia con il mondo, formano quella miscela che sotterra l’io di questi adolescenti infelici, facendoli agire in terza persona con gesti che la storia dell’uomo fa fatica a reperire come suoi. Sono gesti che mettono in crisi la giustizia e, con la giustizia, la società che, per tranquillizzarsi, è sempre alla ricerca di un movente. E il movente in effetti non c’è, o se c’è è insufficiente, comunque sproporzionato alla tragedia, perché ignoto agli stessi autori. Cercarlo ci porta lontano, tanto lontano quanto può esserlo l’avvio della loro vita, lungo la quale è stato loro insegnato tutto, ma non come mettere in contatto il cuore con la mente, e la mente con il comportamento, e il comportamento con il riverbero emotivo che gli eventi del mondo incidono nel loro cuore. Queste connessioni che fanno di un uomo un uomo non si sono costituite, e perciò nascono biografie capaci di gesti tra loro a tal punto slegati, da non essere percepiti neppure come propri. E questo perché il cuore non è in sintonia con il pensiero e il pensiero con il comportamento, perché è fallita la comunicazione emotiva, e quindi la formazione del cuore come organo che, prima di ragionare, ci fa sentire che cosa è giusto e che cosa non è giusto, chi sono io e che ci faccio al mondo. | ||
La forza d'animo | ||
Oggi la si chiama “resilienza”, una volta la si chiamava “forza d’animo”, Platone la nominava thymoeidés e indicava la sua sede nel cuore. Il cuore è l’espressione metaforica del “sen-timento”, una parola dove ancora risuona la platonica thymoeidés. Il sentimento non è languore, non è malcelata malinconia, non è struggimento dell’anima, non è sconsolato abbandono.
Il sentimento è forza.
Quella forza che riconosciamo al fondo di ogni decisione quando, dopo aver analizzato tutti i pro e i contro che le argomentazioni razionali dispiegano, si decide perché in una scelta piuttosto che in un’altra ci si sente a casa. E guai a imboccare, per convenienza o per debolezza, una scelta che non è la nostra, guai a essere stranieri nella propria vita.
La forza d’animo, che è poi la forza del sentimento, ci difende da questa estraneità, ci fa sentire a casa, presso di noi. Il bisogno di essere accettati e il desiderio di essere amati ci fanno percorrere strade che il nostro sentimento ci fa avvertire come non nostre, e così l’animo si indebolisce e si ripiega su se stesso nell’inutile fatica di compiacere agli altri. Bisogna educare allora i giovani a essere se stessi, assolutamente se stessi. Questa è la forza d’animo. Perché l’ombra è viva e vuole essere accolta. Anche un quadro senza ombre non ci concede le sue figure. Accolta, l’ombra cede la sua forza. Cessa la guerra tra noi e noi stessi e perciò siamo in grado di dire: “Ebbene sì, sono anche questo”. Ed è la pace così raggiunta a darci la forza d’animo e la capacità di guardare in faccia il dolore senza illusorie vie di fuga. _ “Tutto quello che non mi fa morire, mi rende più forte", scrive Nietzsche. Ma allora bisogna attraversare e non evitare le terre seminate di dolore. Quello proprio, quello altrui. Perché il dolore appartiene alla vita allo stesso titolo della felicità. Non il dolore come caparra della vita eterna, ma il dolore come inevitabile contrappunto della vita, come fatica del quotidiano, come oscurità dello sguardo che non vede via d’uscita. Eppure la cerca, perché sa che il buio della notte non è l’unico colore del cielo. Di forza d’animo hanno bisogno i giovani soprattutto oggi perché non sono più sostenuti da una tradizione, perché si sono rotte le tavole dove erano incise le leggi della morale, perché si è smarrito il senso dell’esistenza e incerta s’è fatta la sua direzione. _ La storia non racconta più la vita dei loro padri, e la parola che i padri rivolgono ai figli è insicura e incerta. I loro sguardi si incontrano, ma spesso solo per evitarsi.
Eppure i giovani, anche se mai lo confesseranno, attendono qualcosa o qualcuno che li traghetti, perché il mare che attraversano è minaccioso, anche quando il suo aspetto è trasognato.
Passioncelle generiche sfiorano le loro anime assopite, ma non le risvegliano. Non hanno forza. Sono state acquietate da quell’ideale di vita che viene spacciato per equilibrio, buona educazione. E invece è sonno, conformismo, dimenticanza di sé. _ Nulla del "coraggio del navigante" che, come vuole la metafora di Nietzsche, “lasciata la terra che era solo terra di protezione, non si lascia prendere dalla nostalgia, ma incoraggia il suo cuore”. Il cuore non come languido contraltare della ragione, ma come sua forza, sua animazione, affinché le idee, ben animate dalle passioni, divengano attive e facciano storia. Una storia più soddisfacente. | ||
[ da "L'ospite inquietante" - U.GALIMBERTI - Feltrinelli - Ottobre 2007 ] | ||
Si, ho notato anch’io che fra i giovani d’oggi il clima normale è l'indifferenza, piú o meno mascherata da droghe “costruttive” tipo sport, palestra, frequenza universitaria, frequentazione di “amici” della loro stessa pasta ma, in realtà assopita dalla temporalità disordinata. Una sorta di malattia accidiosa, che li rende inerti di fronte a qualsiasi accadimento. E’ una forma di disordine mentale che lo si chiami ragione o istinto, intelligenza o volontà. Francamente non so se sia sempre colpa della famiglia.
RispondiEliminaValido Galimberti anche se non condivido tutto ciò che scrive. Ho letto “Le cose dell’amore” e mi ha lasciato perplessa in alcuni punti.
Come al solito ci hai dato da riflettere. …E te ne ringrazio.
Gianluisa
La malattia metafisica di cui parla Galimberti e che tu ci sottoponi, affligge moltissime persone e non solo i giovani.
RispondiEliminaApparteniamo ad un’umanità stanca, bombardata da talmente tante informazioni roboanti, violente, di pessimo gusto che ci fa reagire con l’indifferenza e l’impoverimento dei sentimenti che ne consegue.
Naturalmente non si può generalizzare. Per fortuna!
Grazie per l’argomento su cui riflettere. Libro da acquistare per certo.
Buona serata
Chiara
è, ritrovare la voce che arriva agli occhi, l'animo guardando. insegnare è prendere da ognuno e ritrasmettere. emotivamente motivati.
RispondiEliminaMi piace molto come questo autore affronta l'educazione emotiva e ricercherò questo testo; in qualche modo mi sembra simile a Hillman nei suoi lavori sull'Anima e la forza del cuore, solo che Galimberti sembra affrontare molto di più il mondo dei giovani...E' un argomento che dovremmo approfondire tutti oggi, sia gli adulti per poter comprendere meglio alcune lacune proprie "lasciate indietro", che i giovani.
RispondiEliminaGrazie Carlo!
Affronto sempre con molta cautela discorsi generali che riguardino le categorie "i giovani", ad esempio. E in fondo qui non si parla di "giovani", si parla della responsabilità che gli adulti hanno nella mancanza di un corretto rapporto con i giovani, ma io aggiungerei con la loro "ombra", con la loro parte giovane, con il "giovane" che ogni adulto è stato.
RispondiEliminaE quando parla di empatia, come trasmettere questo profondo sentimento se l'adulto è diventato totalmente incapace di provarlo? Al posto dell'empatia c'è la presa di distanza da chi ha problemi veri, al posto dell'empatia c'è, troppo spesso, la strumentalizzazione della difficoltà altrui per rafforzare la propria malata sicurezza.
Scusa sto dipingendo forse un quadro a tinte troppo fosche, ma chi lavora in ambienti diretti da capi incapaci, per esempio, capirà quello che dico.
Io comunque sono d'accordissimo con Galimberti quando dice che la forza d'animo, la resilienza, il sentimento siano le uniche armi che abbiamo per opporci alla società ipocrita, alla società falsa e finta, a quella dello spettacolo e a quelli delle "vogliuzze".
Ciao, Carlo.