Ciao Marco


 
     
     


              


        


 


 







































































































     
     
     
     
     
 

Era mio conterraneo.


Nato nella mia stessa città, Marco Pantani


 


Son passati quattro anni dalla sua ultima tappa.




Quell'ultima fuga…



Come un lampo. Di quelli a cui ci aveva abituato: lui che esce dal gruppo involandosi  in solitudine. Lui che facendo leva sul cuore, butta tutto il peso in avanti, al di là della bici, al di là dei pedali, verso un altrove difficile da dire, verso un punto che da qui sotto, dagli infiniti tornanti di questa strada in salita, non si può scorgere. Lui. Che ondeggiando, divora la strada e scompare dietro la curva. Ed il gruppo non può che lasciarlo andare.


 


 


Son quattro anni, da quando ”ha staccato tutti ”. Definitivamente.


Ed un vuoto é rimasto dietro quell’ultima curva .


 


Un silenzio esiste, dietro ogni fuga.  


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In quello spazio fra lo scalatore che scatta, che carica il suo corpo-arco e si muta in freccia verso un bersaglio invisibile. In quello spazio fra lo scatto rabbioso, come una  lama che fende l’aria, quell’istinto ad andare incontro all’ignoto, ed il gruppo, giù in basso, che vien su del suo passo, c’é l’abisso di un silenzio che va via via aumentando.


 


In quel tratto di strada fra il dileguare del fruscio delle ruote dell’uomo in fuga e l’arrivo delle motociclette che annunciano il gruppo, si resta  inchiodati.
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Svanito il  respiro, il battito martellante del sangue che chiude le orecchie, rimane il suono dell’erba alta sul ciglio, fra i rami fermi del bosco ed i campi.


In quella pausa,  in quell'attesa che dura, mentre il gruppo si allunga già sulle prime rampe della montagna puoi ascoltare pensieri, ipotesi, congetture...


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Da allora tutti noi, siamo rimasti inchiodati ai bordi, come alberi immobili, a fissare l’asfalto.


Quell’ultima tappa ci ha consegnati al silenzio. Sospesi e in ascolto.


 


Perché qui da noi, oggi s’ascoltano echi, suoni attutiti, un clamore lontano di grida, di urla, di fischi, di applausi, quello che accompagna ogni fuga.


Ma é solo un’eco.


 


Perché sull’asfalto da allora svolazzano fogli di giornale, bicchieri di plastica, brandelli di carta che s’avvitano in aria sospinti dal vento…come capita quando la carovana é ripartita. Quando la tappa é finita.



Come prima che il Comune mandi gli spazzini a pulire.


Ma nessuno quel giorno é arrivato a pulire.


Ed il vento continua a giocare, a creare mulinelli di carte e pensieri.



 


     
     



Oggi che mi ricordo di Marco,


penso che in realtà non aveva mai trovato, putroppo, un suo equilibrio, un'armonia che lo potesse guidare o proteggere nella vita.


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Se c’é un punto in cui la canzone che Venditti gli ha dedicato, dice una verità essenziale, quel punto non é tanto l’attenzione al campione o il perdono verso l’errore (che pure condivido). Ciò che la canzone inquadra e mette a fuoco per sempre, é il suo “sorriso sgomento”.



 



 



 



 



 



Come non notare quella sua espessione che lo distingueva fra tanti?


In quel suo atteggiamento c’era tutto lo stupore-bambino, la sorpresa, perfino il panico per essere arrivato fin lassù  in cima. Al successo._



Lo stesso di chi giunge in vetta dopo una dura scalata e in quell’attimo si sente nudo.  Piccolo. Senza protezione mentale per quel ”troppo” che arriva in un colpo solo.


 


Nel caso di un alpinista che giunge in vetta, semplicemente ci si trova spiazzati. Dalla bellezza che si ha davanti. Dalla gratuità di quel bene da cui ci si sente abbracciati. Dall’incredulità di aver valicato i propri stessi limiti.


 


Ma nel caso di Marco c’era un’inquietudine, un non capacitarsi, un sentirsi inappagato, incapace di appropriarsi di quella felicità.


 


Non credo di allontanarmi troppo dalla verità esistenziale di Marco parlando di lui come di un "borderline” inconsapevole.


 


Se é vero che San Valentino é la festa degli innamorati, quel San Valentino di quattro anni fa, ha finito per suggellare un amore non corrisposto, l'incapacità a farsi abbracciare dalla Vita, a prendervi posto.


 


Da allora, quel giorno é diverso. 


La luce fredda di quel mattino ha fissato nell'aria, definitivamente, il suo sorriso sgomento. Il sorriso d’un fuggitivo senza più strada davanti e una Vita che é mancata all’appuntamento.


 


Ciao Marco.


Ciao Pirata, a cui non bastò il miglior tempo.



 



 



 



 


     
     
 

                                                  [ k ]


 
     
     
     

 



 



 



 



 



 



 


      


 

Commenti

  1. Mi stavo appunto chiedendo da dove tu venissi quando ecco che magicamente ricevo la risposta...
    Mi associo nel ricordo tenero, poetico e sentito del campione con la speranza che il tempo cancelli gli ultimi brutti momenti e lasci posto, nella memoria della gente, solo al ricordo di quel piccolo Grande uomo.

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  2. Ciao, Carlo.

    Strano aggiungere qualcosa a queste parole che sono belle e, credo, in qualche modo particolare, tremendamente vere.
    Si rischia sempre di dire cose scontate e pur sentite, un pò retoriche, in questi casi. Credo di averci una rara sensibilità nel riconoscerle, cose così. Invece le parole che tu usi in questo ricordo di Marco Pantani le sento semplicemente vere e sentite e credo che le avrebbe amate e non so se qualcuno ne ha usato di più belle. Non lo so, non ho letto molto su di lui. Anche a me la sua morte, così come la sua vita, mi aveva molto colpito, e proprio perché non mi occupo di ciclismo, non mi ero interessata granchè alle sue vicende sportive o personali, credo fosse proprio il sorriso di cui tu parli che me lo aveva fatto notare. Sei riuscito, credo, a darne un'immagine più che veritiera, più che rispettosa, più che attenta. Personalità rara, lui. Grazie a te per delle parole che ci fanno sentire vicino al lato migliore di noi.

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  3. ciao. L'hai ricordato veramente con sentimento e stima.Come la vita molte volte può essere spietata e crudele, e anche il successo non basta per trovare la serenità dentro. Hai fatto bene a ricordarlo,perchè il tempo cancella troppo in fretta tutto. ciao penny

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