S'incontrerebbero...
.
.
| - | ||||
| - | ||||
. ..
Si incontrerebbero ad un bar con i tavolini all’aperto, sulla piazza.
. Sarebbe in prossimità della sera, in una stagione sospesa, forse all’inizio dell’autunno o ancor meglio di primavera. Nella piazza, un tepore di pietra riscaldata dal lungo pomeriggio, mischiato ad un’aria più fredda nella macchia d’ombra che cresce sotto i grandi tigli. Il tramonto avverrebbe su un lato a loro invisibile. Solo il colore del cielo e il bagliore delle facciate delle case cambierebbe poco a poco, spegnendosi. I due siederebbero ad un tavolo, sulla pedana di legno leggermente rialzata rispetto al selciato. Nel sedersi una vibrazione li sorprenderebbe. Come a teatro, un lieve e irreale ondeggiare dello sfondo della scena. Lei avrebbe il viso di una giovane donna appena coperto da una maschera di indifferenza. Al di sotto di quella, palpita un’incertezza, un’indefinibile sofferenza, mentre l’uomo ha nello sguardo qualcosa di chi conosce il gusto lento del tempo da assaporare. . Come non vi fosse nient’altro da fare all’inizio della sera o all’inizio di una nuova stagione. Prima di oggi entrambi hanno scontato una pena ma questo li rende più vivi, coi nervi scattanti, anzichè rassegnati. Lui fissa la mano di lei abbandonata sul tavolo e s’immagina la sigaretta che potrebbe fumare, se solo fosse una donna che fuma. Lei di lì a poco smette di fissare il fondo della piazza e cerca gli occhi dell’uomo. . . Lui inspiegabilmente sa quello che sta per accadere e con lentezza alza gli occhi dalle mani di lei fino a quei laghi verde-acqua che lo fissano con insistenza. Restano cosi. C’é come un rabbrividire dell’aria serale.
Se fossero in campagna questa sarebbe l’ora in cui gli animali impazziscono fiutando la morte del giorno. I gatti affilerebbero gli artigli sulle cortecce. Da un punto imprecisato salirebbe un sordo crepitare.
Invece nella piazza semideserta accade solo lo sguardo. . .
Si fissano senza fine.
Sono appesi per gli occhi e si tengono stretti come in preda ad una vertigine. . .Quasi potessero precipitare da un momento all’altro se interrompessero quella stretta. Perché tutto potrebbe accadere dentro quello sguardo che vibra nella piazza. Perfino che uno cadesse dentro la profondità dell’altro. Perché quel tipo di sguardo apre ad un’altra dimensione, ad un altro spazio dove i muri si sgretolano e le distanze si annullano. Dove l’interno di due persone si dilata e giunge a contenere il passato, il presente e la gioia improvvisa di andare incontro al futuro... a qualsiasi tipo di futuro. Lei all’improvviso sa con precisione che fino ad ora, lui era uno sconosciuto. Non ricorda nemmeno come siano arrivati fin lì, fino a quello sguardo in cui vibra l’intera loro essenza. Perché é chiaro ad entrambi che in quello sguardo stanno perdendo la nozione che sta dietro la parola “sconosciuto”, dietro la parola “estraneità”, dietro la parola “confine”. Vedono quelle parole allontanarsi e rimpicciolire. Evaporare al calore dello sguardo. Sono soltanto una donna ed un uomo che si fissano fino in fondo. Fino al fondo del tempo, fino al fondo delle cose, fino al fondo delle storie che sono stati fino a questa sera, fino in fondo all’abisso che sanno di essere. Sono sulla soglia di qualcosa che rende “passato” tutto il tempo che hanno pensato di aver vissuto fino a questa sera. Galleggiano in quello sguardo. Nuotano. Semplicemente trovano posto dentro un attimo che si prolunga, mentre ciascuno riesce a sentire il proprio respiro. Un respiro misteriosamente rilassato. Scoprono che respirano bene e quello sguardo non li affatica perché é uno sguardo di contemplazione, di benevolenza infinita, di inspiegabile e sorprendente affetto. Come una carezza. Una carezza lentissima che scende su ogni cosa, come cadono certe sere sul mondo. Arriverebbe poi il cameriere. Dovrebbero scegliere un aperitivo. Da lì in poi riprenderebbe la consuetudine delle parole. Ma nell’oscurità che ormai avvolge la piazza, quello sguardo, quegli occhi negli occhi, avrebbe il sapore di un rifugio, la certezza di avere una casa in cui ritornare rassicurati, sorseggiando il tempo dal bicchiere. Poi lei parla. Chiede come lui se la immagini. Lui risponde che non l’immagina. Che il guardarla gli piace ed é più forte dell’immaginazione. Dice che non sa che tipo di malattia li accomuni e non sa nemmeno se sia una malattia. Sorride mentre le dice che la guarda come fosse portatrice sana di una malattia molto prossima, quasi sorella alla propria. Lei vorrebbe staccare gli occhi ma sa che é stata detta una verità. Sa che quella verità é come una pianta che affonda dentro di lei. Questo che lui ha visto, le impedisce di andarsene. E’ incerta ora. Indecisa se nascondere come al solito la sua antica fragilità sotto l’alibi del buonumore, in qualche arguta battuta o scoprirsi ancora di più. Provare la vertigine di confidare quello che ha sempre pensato dovesse rimanere nascosto fra le sue paure. Oppure superare la regola che si é sempre imposta davanti ad un uomo. Sfilarsi una maschera per sostituirla con una più sottile e più scaltra. E’ questo il gioco che non é mai riuscita a spezzare. Improvvisamente lo sa con una lucidità che fa male. E in un attimo pensa che questo fa parte del suo essere preda di una malattia e insieme, del suo perenne essere ragazza-convalescente. Non ne uscirebbe mai, a meno che non lo volesse con tutte le sue forze. Lo vuole. Questa sera lo vuole. Disperatamente ora sa di volerlo. E sa che sarebbe come risalire dal fondo del mare in cerca dell'aria. Un nuovo respiro. Un altro modo di respirare e andare incontro alla vita che vede davanti a sé. Lui afferra la sua titubanza. L’intuisce. La tentazione di tornare dentro i consueti confini o fare un salto nel buio, in un territorio non conosciuto. Distrattamente, dice solo: “Di solito è la paura che uccide la verità” Poi, come da fuori, estraniato a se stesso, vede loro due seduti a quel tavolo. Riesce a guardare come se guardasse dalla distanza di anni. Tutti gli anni che sarebbero passati. Guardare dalla distanza che vi sarebbe stata un giorno. Come se quell’istante presente, fosse già ricordare un dialogo del passato.
Ha questa capacità. Vede il presente cristallizzarsi. Sa come potrebbe ricordarsi di questa sera, a distanza di anni. Sorride dentro di sé come scuotendo il capo. Come sorridendo della propria pazzia. Perché l’ha sempre saputo di essere un poco folle nel cercare il limite delle situazioni.
Ma non vuole questo ora. Non vuole essere risucchiato in quel vortice di pensieri che vanifica ogni presente. Torna in sé, mentre la ragazza gli racconta che da piccola s’addormentava soltanto con la luce accesa. Tornano a fissarsi negli occhi. Lui resisterebbe alla tentazione di guardarle le labbra. Resiste. Resiste finché lei infine tace, mentre gli occhi continuano a sorriderle. Lei lo sa che le ridono impercettibilmente gli occhi? . E’ il pensiero che arriva assieme ad una folata di profumo di glicine. Lui chiederebbe il conto. Si alzerebbero. Nella piazza deserta, un fruscio di foglie. Una folata di vento a far rabbrividire rami e lampioni. . . .I due si incamminano piano, verso una nuova stagione. | ||||
. . . . | ||||
| . . | ||||
.
.
è una bellissima storia d'amore! in bacio grande
RispondiEliminaSi. Molto bella...la nuova stagione.
RispondiEliminaAnche la musica di Cave (Vortex) come sottofondo, suona un giusto colore. Un bacio (Clara)
To Clara:
RispondiEliminadici bene. Avrei usato le stesse parole... "suona un giusto colore"
quando si cerca di dipingere un'atmosfera è determinante il "giusto colore". Le tonalità sono essenziali e più sono sottili le sensazioni che si vogliono evocare, tanto più diventa fondamentale cogliere gli abbinamenti, i rimandi, i segreti segnali. Ciao sovversiva! :-)
to marecielo:
chissà se è proprio una storia d'amore. Anche l'incertezza ha un suo fascino...
Questione di sguardi in cui si fonde l'alchimia dell'universo instabile che ci circonda...
RispondiEliminaBuon w.e. Carlo
Aicha
Questi e altri segreti mi dovrai svelare...ricorda! Ti sei già scordato di me? ;D
RispondiEliminaun bacione Carlo
..ma certo...
RispondiEliminac'ero
anch'io
..ci sono anch'io
RispondiEliminaSPETTACOLO!!
RispondiElimina(io credo di averla già vissuta questa storia!)
Si, sembrerebbe che l'amore possa nascere anche così, semplicemente con poche parole e molti sguardi.
RispondiEliminaEd io li ho perfino visti questi due che si allontanavano tenendosi per mano per il timore di perdersi proprio quando erano riusciti a trovarsi. Ciao Carlo, grazie.
Bellissimo racconto Carlo. Mi hai portato alla memoria un incontro di circa 24-25 anni fa.Lo ricordo ancora pensa. Ero alla stazione per accompagnmare mia cugina.Aspettando che partisse il treno incontrai lo sguardo di un ragazzo,lo ricordo perfettamente.Fu come uno squarcio,non so spiegare la sensazione, mi pareva di conoscerlo,di sentirlo,divenni fortemente inquieta,evitavo di guardarlo , ma era come un richiamo,non potevo resistere.Mi sentii talmente tanto agitata che chiesi a mio padre di andarcene. Non riuscii ad aspettare che partisse il treno.Tutt'oggi mi chiedo perchè quelle sensazioni, mai più provate.Ricordo perfettamente i suoi occhi,lo sguardo..
RispondiEliminaMah!!
un caro saluto
Sono gli occhi della seconda moglie di Roman Polanski: affascinante e trasgressiva (La nona porta).
RispondiEliminaIl tuo racconto è molto bello, delicato e possibilista. Preferivo quello della biblioteca. Ma questione solo di gusti.
Buona domenica.
Chiarabella
il tuo dire scava l'anima
RispondiEliminasempre
un bacio
Blue
Molto piaciuta anche questa storia possibilista.
RispondiEliminaSi, per gli occhi, è vero!
Caspita che occhio questa Chiarabella!
to Chiarabella & Gianluisa:
RispondiEliminaEbbeno no. Devo smentire.Non sono gli occhi di Emmanuelle Seigner
anche se in effetti somigliano
Questo pot mi turba e m'incanta
RispondiElimina