Pensiero verbale e pensiero visivo


   
  

   "Che esista un pensiero visivo con caratteristiche profondamente diverse da quelle del pensiero verbale é stato accertato attraverso l’uso di strumenti differenti ma con risultati analoghi, sia dalla psicoanalisi che dalla teoria della Gestalt. Georg  Groddeck ad esempio ha potuto verificare, in maniera sperimentale che anche davanti alla  fotografia operiamo una vera e propria “rimozione ottica”: ci rifiutiamo di vedere ciò che in qualche modo genera una angoscia o temiamo possa scatenarla. E’ allora che in una immagine non vediamo tutto e che selezioniamo.

    Che cosa distingue allora il pensiero visivo da quello verbale?
    Innanzitutto il suo carattere più “arcaico”, una sua qualità pre-logica, la quale non significa però “irrazionale” ma in un certo senso, e in senso proprio letterale, che viene prima dell’elaborazione delle forme “astratte”di pensiero che più lo dispone o più direttamente lo lega alle domande della nostra psiche. Noi “pensiamo” le immagini con un apparato concettuale diverso  da quello con cui pensiamo la parola; e non a caso Arnheim rileva, a ragione l’esistenza di “concetti” e “categorie” percettive.

    Ne facciamo esperienza continuamente e ce ne possiamo rendere conto con facilità appena riconosciamo che l’immagine é rispetto alla espressione verbale una vera e propria “scorciatoia”.

    Anche una fotografia semplice, non elaborata, come quella del gatto che colgo (cioè percepisco e capisco) nel tempo di un solo e fugace sguardo, se volessi descriverla esattamente com’é, utilizzando le parole, richiederebbe per soddisfare il mio compito uno spazio probabilmente lungo come un libro. Non potrei mai esaurire ciò che é contenuto nell’immagine  con l’espressione “un gatto” o “un gatto sul davanzale di una finestra”; dovrei aggiungere per essere preciso, la descrizione dell’atteggiamento del corpo, delle varie parti del corpo stesso che mi appaiono, dello spazio che occupa, delle luci e delle ombre, ecc..

    Ogni descrizione perchè si possa considerare esauriente o esaustiva del suo oggetto dovrebbe sempre essere in grado di sopportare la prova contraria: dovrebbe consentire di risalire all’immagine esattamente com’è, avendo come solo supporto la descrizione stessa. Cosa praticamente impossibile.

    Per non aver considerato questo fatto molti insegnanti ad esempio si stupiscono e non riescono a spiegarsi, con ingiustificato disappunto, la ragione  per cui i loro allievi che dinanzi a una immagine particolarmente “ricca” sono emotivamente eccitati, ma poi quando si chiede loro di descriverla, esauriscono tanta ricchezza in espressioni verbali di una povertà sconcertante.

    Il bambino infatti non ha ancora imparato a “tradurre”(perché di questo si tratta) l’espressione visiva in espressione verbale; non ha ancora imparato a distribuire la simultaneità della visione, nella “sequenza” in cui posso verbalmente ordinare tutto ciò che é visibile.

    Perciò il bambino si limita a far aderire all’immagine la parola e poiché non conosce l’esatto itinerario, fa l’unica operazione di cui é capace: rende la “simultaneità” dell’immagine con la “sintesi” che é una sorta di suo equivalente nell’ordine verbale.
    L’espressione che ne risulta non può che apparire ed essere “povera”. Il bambino solo col tempo dovrà imparare che ogni immagine ha per così dire due tempi: quello della rappresentazione che é il tempo della simultaneità (tutto quello che vedo esserci o accadere in una immagine, lo vedo esserci o accadere contemporaneamente); e quello della “visione” il quale coincide con il tempo della lettura e quindi della successione in cui distribuisco secondo un ordine ciò che vedo.
    Anche in una foto come quella di un paesaggio accadono questi due tempi: quel che vedo é sì presente in un solo atto della mia visione, perché il fiume, il greto, i sassi e la collina, il muricciolo e gli alberi sono rappresentati contemporaneamente; ma se voglio dire quel che vedo, se voglio cioè dare ordine alla mia visione dovrò segmentare questa simultaneità in sequenza, in una successione che dovrà tener conto di un davanti e dietro, del prima e del poi.

   Il pensiero visivo infatti ha la caratteristica  di farmi cogliere nella simultaneità tutto quello che la parola ha bisogno di distribuire nella durata.

    Ecco perché, tra l’altro, si rivela uno strumento preziosissimo nella vita quotidiana. Senza di esso mi sarebbe difficile scansare la maggior parte di quello che potrebbe attentare alla mia incolumità: non ho bisogno infatti di un lungo discorso per percepire e capire che un’auto mi sta venendo addosso e immediatamente scansarla; percepisco e capisco nella simultaneità – istintivamente, diciamo di solito.

     Nel passaggio dal pensiero visivo, al pensiero verbale, compio dunque un salto, ma lo compio anche nel caso contrario. Ed é qui che incontro la “magia dell’immagine”.
[ tratto da " La scrittura fotografica"- Liborio Termine ]





Qualcosa in questo brano mi ha colpito. Oltre a ritenere molto interessante l’analisi  del rapporto fra i due ordini di pensiero: quello logico/razionale e quello visivo, - più arcaico, pre-logico ed istintivo, trovo che sia un ottimo spunto, per riflettere sui diversi modi di scrivere che é possibile trovare, ad esempio, in letteratura.

Penso a molte forme di prosa poetica, penso alla poesia... e ovviamente, su tutt’altro livello, mi viene da considerare il mio stesso modo di scrivere.
Quante volte qualcuno mi ha sottolineato che ho la tendenza a “scrivere per immagini”? Le prime volte, un po’ sorpreso, non riuscivo a comprendere e negavo.

Pian piano, poi,  mi sono accorto che accade naturalmente, e che lo scrivere, per me, é di frequente un “vedere” e un “saper vedere”. Una sequenza a volte, perfino visionaria. Ma la spiegazione più efficace, è che, semplicemente, é il mio modo naturale di scrivere e di raccontare.

Credo insomma che esista davvero una predisposizione a scrivere in un certo modo, più che in un altro, e che l’espressione “scrivere per immagini” abbia una sua verità.
Scrivere, appoggiandosi al potere evocativo delle immagini. Scrivere, attingendo ad un alfabeto alternativo, un universo semantico potente, proprio perché affonda le proprie radici nell’inconscio collettivo più arcaico del genere umano, oltre che nella parte destra ( la meno nota e studiata ) del nostro emisfero cerebrale.
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