CIRCE [ 1°]







           





 



 





















































































































































































































































































































































































































































































































































































 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


     Dal racconto di Omero Circe emerge con le sue belle trecce, con i suoi capelli  ben ritorti e il dolce canto. I suoi animali: lupi e leoni, resi da lei mansueti, fanno festa al visitatore.



    Nell’isola la Dea ci viene incontro per condur­ci alla sua dimora di lucenti pietre nascosta allo sguardo da antiche querce secolari: il luogo ambito e segreto dove la Dea tesse la lucente tela, accompagnando l’opera  col suono della sua divina voce. Lei che ci offre il suo vino ed il suo miele in preziose coppe ed infine, anche il suo talamo.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


      La scena è intrigante e la Dea seducente. Tuttavia un elemento, irrompe, imprevedibile e mal­vagio, a modificare la rassicurante scenografia: le sue auree coppe contengono il farmaco esiziale che costringe gli uomini, che alla Dea s’avvicinano, a trasformare la loro natura umana in natura porcina.



-    S’introduce così la paura, il rischio, il pericolo mortale,  dell’incontro con la Dea. Ella, all’improvviso, mostra il suo aspetto di ‘Dea terribile” ricordando all’uomo, non preparato ad incontrarne la potenza, che l’eccessiva vicinanza e familiarità con la Dea, comporta sempre un rischio mortale. Nella sua apparente ambiguità ella, dunque, ci offre la grazia e il dono, ma anche la sofferenza e la morte.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      È questa emozione di “fascinans” e di “tremen­dum”, che la Dea è in grado di suscitare, a farci ri­conoscere in Circe una vera divinità, in quanto ca­pace di risvegliare in noi il senso del numinoso e del divino. Tanto ci sgomenta la percezione del “tremendum” che di Circe si dimentica facilmente l’altro suo aspetto complementare, quello affascinante e benevolo di Dea dell’ospitalità e della bellezza.    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     L’evento inquietante della trasformazione subita dai compagni di Ulisse, colpisce così tanto la fantasia da divenire nella letteratura la caratteristica dominante della Dea cosicchè pensando a Circe, immediatamente la si associa sempre a qualcosa di pericoloso, e negativo. Ma il senso del pericolo nasce dal non comprende­re la connessione fra cause ed eventi. Tutto ciò di cui l’uomo subito non individua la causa, gli appare incomprensibile, imprevedibile e, per questa sua caratteristica,  pericoloso. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


     L’imprevedibilità sfugge. infatti, alla relazione di causa-effetto e, nello sfuggire a queste regole, indu­ce nell’uomo un senso d’impotenza: egli non può più programmare cioè prevedere gli accadimenti del suo futuro.
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    Perché sarebbe comodo e rassicurante che il mondo, tutto, compresi gli dei, potesse essere regolato dalle leggi che gli uomini si sforzano di individuare allo scopo di garantirsi una sempre identica ripetizione degli eventi, normalizzando così l‘eccezionale, per assicurarsi così una vita senza sorprese e senza disorientamenti.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


    Ma la trasformazione è proprio la sorpresa, l’imprevedibile accadimento, senza possibilità di banalizzanti giustificazioni. E questa, appunto, è l’arte della divina Circe: trasformare, al di là della volontà e del desiderio, chiunque entri nel suo regno, chiunque approdi alla sua isola . 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 POTNIA THERON  
La Signora degli animali

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Montani lupi e leon falbi,ch’ella
Mansuefatti avea con sue bevande
Stavano a guardia del palagio eccelso
Né lor già s’avventavano; ma invece
Lusingando scotean le lunghe code
E su l’anche s’ergeano…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      Se l’arte della divina Circe non fosse la trasformazione, noi, come anche Omero, non potremmo giustificare il repentino cambiamento di forma che i compagni d’UIisse subiscono. Diversamente sarebbe impossibile comprendere il motivo per cui la maga decide di trasformarli proprio in porci, senza, per altro, aver avuto prima una qualunque relazione con questi uomini giunti, per caso, alla sua isola.
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    Essi non hanno commesso nessun atto capace di giustificare una simile reazione da parte della Dea; il loro agire non ha stabilito nessuna relazione con essa  e perciò, l‘evento appare assurdo, inesplica­bile e violento. Ma, qualunque trasformazione, se pur operata da una Dea o da un Dio porta in sè sempre il senso di una violenza subita per chi non era preparato a ri­ceverla. E certo, Ulisse e i suoi compagni non sono esempi di uomini preparati all’incontro con il divino. Degli dei conoscono l’imprevedibilità, l’intervento eccezionale, le lotte e i loro capricci ma non conoscono il loro intervento sull’animo umano né quanto il loro agire possa trasformare interiormente  un uomo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


      Essi si sono trovati ad essere navigatori per caso, eroi per disavventura, scaltri e furbi per necessità, con poche domande, nessuna consapevolezza ed un solo, ben determinato, obiet­tivo: il ritorno ad ltaca.

    Come “turisti”, per loro disgrazia costretti a sog­giornare più del dovuto in luoghi non previsti e ad incontrare avventure e personaggi non graditi, si sono trovati in balia del Fato, portati dai flutti in gi­ro per il mondo, soggetti al gioco perverso degli dèi: un gioco che sembra impedire ogni possibilità di scelta.



    L’arrivo all’isola di Circe, per loro, non è altro che uno dei tanti spiacevoli imprevisti sulla rotta di casa. Ben poco conoscono della “Potnia theron”, la “Signora degli animali”, la grande Dea cretese dei luoghi selvaggi, la Dea che è in grado di trasforma­re la natura di coloro che, inavvertitamente, supera­no il suo cerchio ed entrano nel suo regno.



     Essi non sanno che l’isola sulla quale approdano è già di per sé un luogo speciale. Circondata com’è dal mare, appare un luogo circo­scritto, avulso da tutto il resto del mondo. Le acque la separano e ne fanno un luogo senza tempo e sen­za collocazione, diverso da tutto ciò che è noto e rassicurante. Ulisse, dunque, anche se inconsapevolmente, entra in un luogo sacro, in un cerchio magico dove la potenza della Dea esercita i suoi effetti.     



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      Essi non fanno nulla per attivarne la potenza; non trasgrediscono divieti o norme sconosciute, la cui trasgressione significherebbe la sfida al potere del dio, compito preciso dell’eroe, e la punizione che ne deriverebbe sarebbe, allora, la giusta indignazione da parte del dio offeso.

     È proprio questo loro apparente "non fare" che ci rende incomprensibile la loro metamorfosi fino al punto di percepirla quasi come una pura e gratuita violenza o una assurda punizione da parte della maga dal crespo crine e dal dolce canto. Ma essi, al contrario, seppur inconsapevolmente, qualcosa fanno: entrano in un luogo "tabù" e il solo ingresso basta per riceverne gli effetti, per esserne incantati. Del resto, già con quel suo nome la Dea preannun­ciava la potenza dell’incantesimo che ella era in grado di compiere. In quel suo nome si ritrova il termine "
Kirkos", che corrisponde foneticamente al latino Circus, che sta alla base di Circulus e fa pensare al cerchio che è l’i­sola, il circolo magico che racchiude con una linea continua lo spazio e lo separa dal profano, renden­dolo un luogo speciale, cioè sacro. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


     La Dea non domanda a chi si avvicina alla sua isola, a chi supera il cerchio, se è pronto o meno ad esse­re trasformato,  se è giunto lì per caso o per propria volontà. Come una forza della natura, come un’energia in­controllabile, una volta attivata essa agisce. 

   
In quanto “Signora degli animali”, ella è in grado di trasformare la natura umana in natura animale e, in questo caso specifico, in natura porcina. Non dobbiamo, dunque, considerare una simile tra­sformazione come una diminuzione di potenza o u­no svilimento dell’essere umano.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

       Omero, forse, non conosceva più le connessioni profonde che avvicinavano la maga Circe alla Grande Madre che, nel suo aspetto ctonio, si espri­meva in Demetra, così intimamente associata a que­sto animale.

     Nelle raffigurazioni di Demetra, infatti, troviamo spesso la Dea con in braccio un maiale o in com­pagnia dell’animale stesso e, durante i riti delle Tesmoforie, festa autunnale in suo onore, si get­tavano, insieme alle focacce, dei maiali nella “voragine di Demetra e Persefone”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


      L’animale in cui i compagni di Ulisse vengono tra­sformati è l’animale sacro alla Dea, più vicino a lei di quanto non lo sia l’uomo e, anticamente, sap­piamo che l’animale, prima di essere un attributo della Dea, era lei stessa in una delle sue tante mani­festazioni. È, dunque, naturale che ella trasformi gli uomini in qualcosa di più vicino al suo mondo, per farli di ciò partecipi, ma è altrettanto normale che l’uomo non comprenda il senso profondo di una simile trasmutazione e avverta come una violen­za tutto ciò che lo costringe ad essere diverso da ciò che è, se prima non ha avvertito, da solo, la necessità di trasformarsi. 



 

 

 

 

 

 


     



 

 

 

 

 

 

     Ogni volta che l’essere umano s’imbatte per caso con il trascendente, senza averlo prima desidera­to, sperimenta l’intervento del dio come una gra­tuita ed inutile violenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


     L’uomo, spesso, non comprende gli interventi divini né sa riconoscerli negli accadimenti quoti­diani; del resto, anche il dio non dà molte spiega­zioni né si preoccupa più di tanto di essere com­preso, conservando il mistero del suo agire. La mitologia, infatti, è ricca di esempi che confer­mano l’inadeguatezza e la scarsa comprensione dell’uomo nei confronti dell’intervento divino.      



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


      Un esempio di ciò è la storia della Dea Demetra che cerca di rendere immortale Trittolemo. La madre di Trittolemo vede Demetra esporre sul fuoco il proprio figlio. La Dea sa quel che sta fa­cendo, ma la madre di Trittolemo, che non ha riconosciuto nella forestiera la Dea, non può sape­re che quel rito serve a far diventare immortale suo figlio ed interviene, come ogni madre norma­le farebbe, per salvare il proprio figlio dalla mani di una pazza. Ed ancora, la favola di Eros e Psiche dimostra come l’essere umano non sappia o non possa accettare i doni che gli vengono elargiti, gratuita­mente e senza fatica, dalla divinità, ma debba sempre, al contrario, dibattersi, fra dubbi ed incertezze per comprendere il dono del dio ed abban­donarvisi.

    Ma la violenza di Circe e, in fondo, la sua perfi­dia, consiste soprattutto nell’aver operato a metà la trasformazione. La Maga ha trasformato il corpo di quegli uomini lasciando, però, inalterata la loro mente. Esiste qualcosa di peggiore del sentirsi impri­gionati in una forma corporea non corrispon­dente?
 
    Trovarsi in una simile condizione significa speri­mentare l’essere divisi a metà, lacerati, scissi tra due nature: umana e animale o umana e divina, che è lo stesso. Ma, evidentemente, la Dea o il dio non possono agire del tutto sulla nostra trasformazione; essi possono metterci in condizione di sentire la nostra duplice natura, la nostra disarmonia, dopodiché ci abbandonano al nostro travaglio interiore, fin quando non scegliamo.



    Allora, possiamo anche scegliere di non sentire il dio, provare a rifiutarne la chiamata; possiamo an­che far finta che nulla sia accaduto nella nostra vita e tornare a rifugiarci nella rassicurante nor­malità. Ma il rischio di una simile scelta è quello di rima­nere scìssi, convivendo per sempre con la soffe­renza del sentirsi metà porci e metà uomini o con il senso di aver perduto per sempre quella realtà che, per un attimo, avevamo intravisto tra le brac­cia di un dio.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 




 




 




 




 



 


 







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