L'elemento umano


  
     
     
 
Domenica, difesa dell’umano
 
     
  "Non si tratta solo di una questione di saracinesche. Non è solo una faccenda di commercio e orari e calendari. Dentro alla protesta contro la “liberalizzazione " totale del lavoro domenicale, dentro l'idea di "liberare la domenica", non ci sono solo problemi di equità nella concorrenza e di funzionalità di servizi. E non c'è, non c'è mai stata davvero, la molla per far consumare di più;  non è vero, i consumi si spostano (da un giorno qualunque alla domenica) al giorno di festa, ma non si moltiplicano.
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C'è un'altra questione. Una questione grande come una casa, una faccenda enorme. C'è un'ombra gigantesca che si avvicina e ci deve far riflettere.
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È ovvio che se sia giusto garantire più servizi e più lavoro a tutti - specie in un momento di crisi - nessuno può dirsi contrario. 
Ma non si tratta di questo. Si tratta, invece, della pretesa di dire che "è tutto uguale", che ogni giorno della settimana vale l'altro. E questo non è liberalizzare, è annientare.
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Dire che non c'è più da considerare speciale  un giorno della settimana - quel giorno - significa ridurre a zero una delle idee, delle concezioni e delle esperienze più significative della storia umana. Non sembri esagerato.
   

Sappiamo benissimo che anche piccoli gesti mettono in questione faccende e beni enormi. Affermare che la domenica non è più un giorno speciale - affermarlo di fatto, non ci saranno trattati filosofici sul tema, ma la dura brutale pratica - implica affermare che il tempo degli uomini è al servizio di un solo elemento, di un solo dio, di un solo valore: il mercato.
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Significa impoverire - di fatto, con la brutalità delle decisioni burocratiche e amministrative, con la pavida decisione dei legulei, non con l'argomentare del pensiero - la concezione che gli uomini sempre e ovunque hanno espresso: il tempo e segnato dai diversi compiti fondamentali della persona. Lavorare, certo, ma anche sostare con i familiari, con gli amici, coltivarsi, aprire e ristorare la mente, il corpo e l'anima.
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Tale concezione, che ha preso mille forme e flessioni in tante culture, ha trovato espressione in tutte le forme di vita organizzata con usanze, regolamenti e leggi.
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Negare praticamente, burocraticamente, legislativamente, che ci sia un tempo per il lavoro e un tempo per il riposo e che sia un tempo condiviso e condivisibile, tirare un tratto sul fatto che la comunità sociale si muova considerando questa varietà di valori in campo è un atto di sottomissione. Sì, è una resa senza dignità alla idea - e ai suoi interessati propugnatori - che l'unica cosa che conta è "produrre". È arrendersi a questo potentissimo e onnipresente drago, tanto più feroce quanto più ferito e in crisi: il consumo, il mercanteggiamento, il profitto.
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Come se nient'altro la comunità sociale - mediante i suoi regolamenti - riconoscesse come valore, come principio organizzativo della convivenza. Eppure siamo dentro una crisi che viene proprio dal marcire, dall'afflosciarsi violento e opprimente della pretesa di ridurre il tempo a mercato, a denaro. Ne stiamo pagando tutti le conseguenze e vogliamo ostinatamente andare nella stessa direzione?
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Verso quale eliminazione dell'umano, con quale nera voluttà di cancellare il nostro vero volto?  Non ci rispondano che in fondo è  solo una questione di orari, di organizzazione del lavoro. Non facciano i furbi. Si fermino i burocrati e gli organizzatori che vogliono cancellare il tempo degli uomini e delle donne, in esso come dice il Papa, “il giorno di Dio e della comunità”. Sanno bene –sì, lo sanno bene- che in decisioni come queste, apparentemente neutre si giocano questioni grandi.
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E non dicano per favore , che vogliamo difendere un nostro ” diritto alla Santa Messa”(che non è un diritto: è la scelta di stare in un evento, Cristo presente con quelli riuniti nel suo nome).
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C’è una larga alleanza tra noi cristiani e forze e sigle sociali laiche che non accettano il diktat. Il tempo non del tutto venduto al produrre, al faticare è un valore riconosciuto in ogni epoca e cultura. Eccetto che in questa, soffocante, dove ci tocca vivere, ma dove ci resta il fiato e la dignità per dire “liberiamoci”.
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E’ il nostro”sì” a una concezione veramente più ricca del vivere rispetto a quella di chi invoca e insegue l’arricchimento. Di questa loro misera idea di ricchezza- e delle loro ricette-non ci fidiamo più. Oggi ancor meno di ieri."

 
 
     
                         Davide Rondoni - “L’Avvenire”,  Domenica 25-11-2012  
     
     
     
     
     
 
ISABELLA  VIOLA
 
 
 
 
 
Ho letto di Isabella soltanto martedì scorso.
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Isabella Viola era una ragazza di 34 anni, madre di 4 bambini. Abitava a Torvaianica, a sud di Ostia, sulla costa laziale. Un luogo noto per gli stabilimenti balneari: una località turistica famosa soprattutto per i romani. Ma Isabella che pure abitava davanti al mare, da tanto non lo riusciva più a vedere. Si alzava in piena notte  e poco dopo le quattro era già sui mezzi pubblici, il tram del Cotral per andare a Roma a prendere la Metro, dalla Laurentina  fino a Termini per poi cambiare treno e percorrere un  altro tratto della linea A e la sera tornava che era già buio.
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Cosa faceva Isabella nella vita?
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Si potrebbe dire la madre, si potrebbe dire la barista, si potrebbe scrivere con gelido realismo  la  bestia da soma, e ugualmente, senza mentire, si potrebbe scrivere che Isabella abitava in un tunnel. Il tunnel aveva due uscite:quella occidentale corrispondeva a Torvaianica. Da quella parte Isabella raggiungeva la casa in affitto che abitava assieme ad Alessandro, il marito,  muratore disoccupato che si occupava di piccoli lavoretti saltuari e ai  suoi 4 bimbi: tre maschietti (di 11, 9,  6 anni) e la piccolina di casa, di solo 4 anni.
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L’altra uscita del tunnel, corrispondeva invece ad una fermata della Metro di Roma: la Furio Camillo al quartiere Appio-Tuscolano dov'era il bar in cui lavorava.
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Dentro quel tunnel trascorreva la vita di Isabella…andata e ritorno, andata e ritorno, andata e ritorno, in un tempo che non era più tempo ma un tragitto infinito, senza più giorni, senza più domeniche, senza più pause. Perchè Isabella lavorava tutti i santi giorni nel bar di via Nocera Umbra a Roma e ci teneva a quel lavoro. Arrivava perfino ad amarlo e ci metteva impegno, creatività e un’incredibile forza d’animo. Perché era impegnativa la vita di Isabella, con quegli orari impossibili e con quel cappio al collo che era la consapevolezza di essere l’unica fonte di reddito sicura della propria famiglia.

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Isabella negli ultimi tempi non si sentiva bene, un malessere dispettoso che pareva volerle rubare del tempo, proprio a lei, lei che  non aveva nemmeno un minuto libero  fra casa, famiglia, lavoro. Chi la incontrava sui  mezzi pubblici forse notava la sua faccia stanca, il sorriso gentile, il cappuccio per proteggersi dagli acquazzoni, lo  zainetto sulle sue piccole spalle, ma non poteva di certo intuire il carico di preoccupazioni e di cose da fare che frullava dietro quel viso.
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Isabella era uno dei tanti volti stanchi che si incontrano sui mezzi pubblici, stretti tra le attese infinite e le corse saltate. Isabella si conquistava il futuro ogni giorno al prezzo di una vita di corsa, di una vita da animale da fatica, ma non mollava, sorrideva, pensava alla sua splendida famiglia  e a risparmiare per i regali di Natale che voleva portare ai suoi quattro piccoli.
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Isabella lavorava da sempre, da quando a 18 anni aveva perso il padre e s’era dovuta rimboccare le maniche e dare da fare senza un attimo di sosta.  Il suo sogno, confidato alle colleghe, era aprire un forno tutto suo per vendere quei dolci che preparava all’alba nel piccolo bar.
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Anche domenica mattina, anche domenica 18 novembre, Isabella ha preso il suo tram e s’è avviata verso Roma. Più tardi  col cellulare ha chiamato la collega, rassicurandola che sarebbe arrivata in orario. Poi è scesa a Termini per cambiare e prendere la linea A. All’improvviso, però le è mancato il fiato. Con sempre maggior difficoltà ha tentato di fare dei profondi respiri per scacciare il malessere e l’ansia. Chi attendeva con lei sulla banchina l’ha vista sbiancare e accasciarsi in pochi attimi. Qualcuno ha chiamato i soccorsi. La barella è arrivata dopo una decina di minuti ma Isabella a quell'ora aveva già perduto la coincidenza con la vita.
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Isabella è morta di fatica,  di stress.
Nell'800 si sarebbe detto che è morta di stenti.  Ma di fronte al suo cuore spento, al suo sguardo perduto a cercare in un estremo tentativo, un brandello di cielo, di fronte a questa morte avvenuta invece sotto la luce dei neon di una stazione della Metro,  le parole perdono la loro importanza.
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Sul Web è partita in questi ultimi giorni una gara di solidarietà da parte di chi l'ha conosciuta e il quotidiano “Il Messaggero” ha lanciato un appello per dare un aiuto concreto alla famiglia e ai quattro bambini che non l’hanno vista tornare domenica sera.


 
 
     
 
Ora non chiedetemi di essere costruttivo, di trovare motivi di consolazione, di vedere il bicchiere mezzo pieno. Non sono così bravo e non ce la faccio.

Sì lo so... Ci dev’essere un motivo per cui sono portato ad associare l’articolo di Davide Rondoni contro la trasformazione della domenica in un giorno di lavoro, con la storia di Isabella.
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Ci dev'essere, ma non riesco per ora a metterlo completamente a fuoco in tutte le sue correlazioni.
Credo però, che quel motivo abbia molto a che vedere con l’impulso originario che ognuno di noi porta dentro, che lo spinge a difendere l’elemento umano, la dignità,  i diritti della persona, a vivere, una vita degna di tale nome.  

I pensieri che faccio ruotano tutti attorno all’idea che la storia di Isabella è il simbolo più potente e tragico, del paese di  oggi, di ora.
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Un paese dove ci sono persone che ogni mattina, per poco più di mille euro, si alzano e camminano e lavorano e faticano e mettono perfino qualcosa da parte per i loro figli, ora che arriva Natale e invece, ci sono Istituzione sorde e cieche a qualsiasi tipo di sofferenza. Ci sono ministri che non vedono le persone comuni, non vedono i problemi del lavoro, delle famiglie, l'intollerabile disuguaglianza sociale che abbiamo coltivato negli ultimi 30 anni.
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Governanti del tutto inadeguati (sotto l'aspetto umano prima ancora che "tecnico" o politico),  incapaci di scorgere e farsi attraversare dalla vita reale che facciamo tutti. E incapaci di risposte perchè incapaci di quel sentimento che permette di sentirsi umile parte di una comunità.
Tutt'altro. Ognuno di quei ministri, vive in una bolla di Ego, di superbia e di ideologica insensibilità all'elemento umano.
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Ma oltre a questo tipo di governanti,  vengono in mente i comportamenti dei vari Fiorito,  Lusi, Penati. Viene in mente lo sperpero di denaro pubblico perpetrato dalla corte di Umberto Bossi e quello  dei tanti partiti che rubano soprattutto ai lavoratori che lavorano per mille euro al mese.


Poi succede che approviamo i tagli agli stipendi, ai servizi pubblici, ai trasporti, alle pensioni, agli enti locali, alle scuole. .Poi succede che ci troviamo a concordare tutti  con la politica di un Mario Monti qualsiasi, che anzichè colpire le mille diseguaglianze e i veri privilegi, con inarrivabile accanimento, rapina proprio i ceti sociali rappresentati dai lavoratori, dai piccoli artigiani,  dai commercianti.
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Poi risuonano le parole di una docente universitaria di Torino che in questa ora drammatica, continua a ritenere (è l'unica ad esserne convinta) di stare ricoprendo la carica di “Ministro del Lavoro” che  dice pubblicamente "Non siate “choosey..."

Non siate Choosey?!?!?! …
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Lo so. Pare di stare sognando...
E la cosa peggiore, è  non trovare l’uscita, non trovare  il modo per risvegliarsi da questo immane, orrendo incubo.
 
     
     
     
   

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Commenti

  1. Il problema non e' lavorare la domenica. Il problema e' se ti chiedono di lavorare la domenica quando hai gia' lavorato tutti gli altri giorni. Se per lavorare tutti, occorresse farlo anche durante i giorni di festa comandati, non lo vedrei scandaloso. C'e' gia' chi lavora, pensiamo a forze dell'ordine, ospedalieri e operatori del turismo.

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  2. @ xjahirax:
    Il problema è che lo si vuole rendere la regola, d'ora in poi. Istituzionalizzarlo. Non considerarlo più l'eccezione per alcuni servizi essenziali. E' quì lo snodo che cambia tutto e apre la prospettiva di un futuro agghiacciante.

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  3. Carlo, la vita di queste persone è eroica, nient'altro. Sai come la penso rispetto a questo governo e ai suoi tecnici, quanta dignità esiste nelle vite di coloro che riescono a vivere del proprio lavoro e quanti e quali interessi perseguono invece tecnici e governi convinti che le banche e il mercato salveranno l'economia, senza salvare la stragrande maggioranza di persone. Siamo troppi per loro, chi non ce la fa non è problema loro, vedi l'ultima affermazione di Monti sul sistema sanitario nazionale, come se ora funzionasse perfettamente. Stanno demolendo i servizi sociali, quelli pubblici per sgomberare il campo dai deboli, dagli inadatti. Beh, non sono la prima a dirlo, George Orwell aveva immaginato una cosa del genere e Bradbury e prima di loro Jonathan Swift e tanti e tanti scrittori di fantascienza. Fantascienza?
    Philip K. Dick e il suo Blade Runner, chi lo sa se qualcuno dei replicanti si salverà!?

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  4. condivido il pensiero di bibliomatilda e aggiungo che anche Aldous Huxley lo aveva pre-detto nel suo "il mondo nuovo"...siamo solo dei selvaggi da abbattere...schede impazzite in una matrix dove si può vivere solo una pseudo vita che è comunque a discrezione ed appannaggio di pochi e scaltri burattinai :(

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  5. I burattinai burattinano se hanno burattini da burattinare...

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