giovedì 3 settembre 2015

Un porto, al tramonto.




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Ascolta,
il tempo risuona del dolore antico
Ascolta,
il tempo è nuovo, ogni mattino

Fra i due suoni della verità
tu sei la barca a vela
che ondeggia. Sospesa.

 

Rintocchi, cigolii
riempiono l’aria del tramonto
Un lungo ripetuto
tintinnare metallico
Gli alberi delle barche del porto
riempiono l’aria
vibrando, come grida di gabbiani


La brezza dal largo

percorre lo spazio del porto antico

Come i pensieri…
Bozzolo di opportunità future
Deposito di gioie e sventure
di là da venire.

Vento che accarezza il viso
Vento che dilata gli occhi

Respiro che ci solleva
dentro il crepuscolo
nell’inconsistenza del mondo

Ascolta…

 ..
 .
 ..
 ..
 .  .  .
 .  .  .
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Da dove ricominciare se non dall’umile e sotterranea magia che attraversa il mondo?

Da quegli attimi che costellano il tempo e il nostro accostarci  al mistero?

Specialmente  la sera. Specialmente al tramonto.
Quando la frenesia degli uomini e delle cose dirada, lasciando spazio fuori e dentro di noi, ad una pausa, ad un rallentamento. 
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E’ il momento in cui i nostri pensieri mutano frequenza. I pensieri brevi e pesanti del giorno scompaiono per essere sostituiti da pensieri lenti, finissimi e inclusivi.  Pensieri che paiono dilatarsi fino ad abbracciare ogni angolo del Reale. La superficie del mondo improvvisamente appare diversa… non più uniforme come quella tela o quel dipinto che si è offerto per tutto il giorno ai nostri occhi.
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La realtà allora si mostra nella sua completezza fatta di pareti, di aperture, di abissi, di varchi. Di possibilità appena intraviste o intuite durante il giorno e di remote direzioni, considerazioni, scoperte, eventualità, emozioni all’inizio della sera.
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Lentamente la recita degli oggetti, sullo schermo che è il nostro tempo diurno, pare cadere come un telo, fino a depositarsi ai nostri piedi.



La realtà si mostra in tutte le sue componenti: terreno saldo, scie in cielo ed in mare lasciate da remoti battelli bianchi che sono sfuggiti alla nostra coscienza. E ondate di antichi profumi,  di  ipotesi, di dubbi e lentezze che risucchiano ogni nostra attenzione. 

E’ il momento in cui diviene possibile percepire  dei varchi… delle aperture  di questo nostro universo, da cui accedere ad un’altra dimensione.

Perché è così che la magia e la bellezza del reale ci viene incontro e si lascia accostare, fino al punto esatto in cui la coscienza del nostro essere si fonde con la consapevolezza di ogni cosa fuori di noi.
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E’ il momento in cui può accadere che ci sentiamo un tutt’uno con il luogo in cui ci troviamo, oppure, con ricordi remoti come rocce e scogli e profili di lontane ed ignote coste che sprofondano piano nell’oscurità...

E così, oggi, mi piace parlare della magia dei porti al tramonto. 

La prima volta che mi sono imbattuto  in questo varco del tempo, in questo accesso incustodito ad una dimensione “altra” è accaduto diversi anni fa. Mi trovavo in un territorio fino ad allora estraneo. Sulla coste del Lazio e su un mare quasi straniero per me: il Tirreno. 

C’era una  persona ad agevolare quell’incontro con un porto al tramonto: la ragazza che allora frequentavo.  Eravamo a Formia. Passeggiavamo nel tardo pomeriggio sul lungomare. Senza meta e senza fretta.

Semplicemente galleggiavamo in quell’aria luminescente della sera imminente. Ogni tanto scambiavamo parole, mentre giungevano aliscafi, motonavi, traghetti.  Le barche da pesca partivano per una notte in alto mare, mentre le piccole barche turistiche  tornavano lente da gite ed escursioni. 

C'era il porto sotto di noi, con il suo brulicare di voci e di uomini intenti alla cura delle imbarcazioni. Il sole scendeva fino a toccare l’orizzonte. Una tonalità calda di luce radente, prendeva  a illuminare ogni superficie. Così i nostri stessi volti avvampavano in quel chiarore.
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Passò del tempo. Il sole scese sotto l’orizzonte e le ombre dilagarono sulle coste più lontane. Il porto si era svuotato di voci e persone. Restavano le barche ormai abbandonate e i gabbiani che salivano alla ricerca di qualche strato d’aria più calda.

Scendemmo i gradini che immettevano sulle banchine. Ora l’intero porto era sceso nella penombra e i profili delle imbarcazioni si incidevano contro il residuo chiarore che veniva dal mare. Il nostro passo si fece più lento. Le parole cessarono. Semplicemente andavamo, galleggiando in quell’imbrunire. Ad un punto, ci trovammo ad una svolta: di lì iniziava il porto antico.
Dietro di noi l’opus reticulatum antico di millenni, le cavità buie colme di reti. Davanti a noi la fitta foresta di alberi e funi tese attraversata dalla brezza marina che rinforzava.

Ci sedemmo. Non eravamo che occhi orecchi pelle e commozione. Come davanti ad un rito, come davanti ad una rivelazione.

“Ascolta”-  disse Lei -  "Sai ...dopo un giorno di studio o di lavoro, la sera vengo qui a rilassarmi… vengo a sedermi in quest’angolo e mi lascio incantare da questo momento, dal suono degli alberi mossi dal vento. Dal rumore basso delle onde che incontrano i moli e le barche. Li guardo uno per uno quegli alberi! Mi chiedo i giorni che hanno visto, le città costiere da cui provengono, i mattini di sole dentro cui sono stati immersi."

Non la guardavo... fissavo il disegno che componevano sul cielo ormai scuro il reticolo degli alberi delle barche, ma le sue parole mi scavavano dentro. Avvertivo un nuovo spazio allargarsi dentro il petto. Una cavità in espansione entro cui sentivo sciogliermi.  


"Prova ad ascoltare…non  sembra una musica? E’ come un concerto la sera. La gente a quest’ora è andata a cenare…ma qui è come una festa… tintinnano gli anelli delle gomene, sbattono all’aria le bandiere e i pennoni rimasti su in alto."

Annuii. Con lo sguardo dentro la residua luce traslucida che proveniva dall'orizzonte. Un chiarore fioco e quasi soprannaturale nell'aria piena d'echi e suoni metallici.  Uno spazio oscillante come l'intero porto attraversato dal vento. E il vento sul viso era un nuovo e diverso respiro. Quasi una vertigine. 

Era ormai buio, ma quella magia non finiva.

Traboccò in un bacio lunghissimo, ad occhi chiusi, la commozione. 


Noi pieni di fruscii. Di vento e di nulla. 

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 .  ..  .  .  .
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8 commenti:

  1. Ciao Carlo. Avevo necessità di fare un respiro profondo. Sono venuta qui e... ho respirato a fondo le tue parole. Finalmente. :)

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    1. Ciao Anto. Come va? ogni tanto ci si ritrova eh? Spero tutto bene anche per te...

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  2. Ci sono tanti posti da vivere in religioso silenzio con occhi orecchi pelle e commozione :-)
    È una gioia ritrovarti !

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    1. Vero verissimo... ciò che conta è la disposizione con la quale si va verso luoghi, persone, sensazioni. Poi a distanza di tempo si ritrovano intatte quelle emozioni se le si è vissute completamente. Si chiama "intensità" del vivere. Ci sono persone che ignorano completamente questa dimensione e altre che se ne nutrono come fosse ossigeno. Un caro saluto ai laghi e alle tue cime. :-)

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  3. Ottimi versi e foto straordinarie complimenti
    Maurizio

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  4. Grazie Maurizio. Ogni tanto la scrittura torna a traboccare. Come una marea. Nel mare degli spiriti inquieti

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  5. Ci sono parole che feriscono e parole che curano. Mi ha fatto bene fasciarmi con le tue parole. I balsami sono sempre più rari. Un saluto affettuoso.

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    1. Bello ritrovarsi davanti al fuoco ondeggiante del camino . Anche quanto il camino è un falò di parole e ricordi che ondeggiano nella notte che viene. Grazie.

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